Vi capita mai di sedervi al tavolo, ordinare un vino bianco e ritrovarvi nel calice un liquido color ambra, quasi ramato, che sembra un tè freddo bello carico? Spesso, durante i miei viaggi in moto, vedo le facce della gente nei locali quando il cameriere versa un “Orange Wine”. Panico. “È andato a male?”, “È un cocktail?”.
Mettiamo giù il casco e parliamone, rigorosamente senza menate. Gli Orange Wines non sono un’invenzione hipster dell’ultimo minuto, ma il modo più antico di fare il vino bianco.
Il segreto è nella buccia
La regola base dell’enologia convenzionale dice che per fare il vino bianco si schiaccia l’uva e si butta via subito la buccia. L’Orange Wine è semplicemente un vino fatto con uve bianche, ma lavorato come se fosse un rosso.
Le bucce dell’uva bianca restano a contatto con il succo per giorni, settimane o addirittura mesi. Questo cede al vino quel colore estremo (dall’oro antico all’arancione carico), una consistenza quasi masticabile e, soprattutto, l’astringenza (il tannino), che in un bianco normale non trovereste mai.
La regola d’oro: non farsi spaventare
Quasi tutti gli Orange Wines rientrano nella grande famiglia dei vini naturali e artigianali. È normale che presentino una leggera velatura. Non è sporco, è vita. E quando stappate la bottiglia, potreste trovarvi davanti a una riduzione: un profumo inizialmente chiuso, un po’ rustico. Molti a questo punto buttano via tutto. Errore gravissimo. Versatelo nel calice, dategli 10 o 15 minuti.
Attenzione però: se il vino sa di solvente per smalto (acidità volatile fuori controllo) o di sudore di cavallo (brettanomyces), è un difetto reale.
L’asso nella manica per gli abbinamenti
Avendo l’acidità e la freschezza di un bianco, ma la struttura e il tannino di un rosso, l’Orange Wine è il jolly definitivo. Provatelo con:
- Carciofi e asparagi (il terrore dei sommelier).
- Cucina asiatica piccante (Thai o Indiana).
- Carni bianche grasse o formaggi molto stagionati.
Il consiglio del Wine Hunter
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